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VENERDÌ 11 LUGLIO 2008
Solennità del nostro santo Padre Benedetto
Patrono d’Europa
Ore 18,15 Secondi Vespri solenni
Ore 19,15 S. Messa conventuale pontificale presieduta dal rev.mo P. Abate
“ut in omnibus glorificetur Deus”
Completato il restauro del Sacello di San Prosdocimo
il luogo di culto cristiano più antico della città
È tornato a splendere, nella Basilica di Santa Giustina, il Sacello di San Prosdocimo, il più antico luogo di culto cristiano esistente a Padova, che l’Architetto Leonino Micheletto qualifica come il “modello dell’Aghia Sofia di Costantinopoli, progettato dallo stesso architetto, nel VI secolo”.
Non si possono più ammirare gli sfavillanti mosaici che ne decoravano anticamente la cupola con i colori rosso a levante e a ponente e celeste a mezzogiorno, scelti per riscaldare le luci dell’aurora e del tramonto e rinfrescare quella violenta del mezzogiorno, ottenendo così un effetto di luci riflesse. Il recente restauro ha però restituito i bei colori cinquecenteschi del luogo sacro, ripristinando l’armonia e la luminosità di cui doveva essere dotato l’oratorio. Sulla decorazione non si interveniva più dall’Ottocento, se si eccettua una lieve pulitura e qualche maldestro ritocco negli anni ’20 del secolo scorso.
Ora il ciclo pittorico dei fratelli Camillo e Tommaso, figli di Pellegrino da Chioggia, sensibili alle riflessioni di Domenico Campagnola, che qui impressero, nel 1565, il meglio della loro arte, è tornato luminoso, perfettamente leggibile, risanato dall’umidità. L’intervento, condotto a termine dalla Ditta Arte e Restauro di Rimini, sotto la direzione della Sovrintendenza, ha posto fine al terzo lotto di lavori sponsorizzati dallo Stato Italiano. «Il Sacello è tornato accogliente per i numerosi turisti e devoti che lo visitano, e soprattutto per le scolaresche e i bambini delle parrocchie che sempre più numerosi vengono a salutare San Prosdocimo in occasione della loro Cresima, una tradizione questa che si consolida sempre più nella diocesi di Padova».
Le novità nel ciclo pittorico, fino a poco tempo fa quasi dimenticato, sono molte, a cominciare dalla bellezza dei colori e delle immagini impresse con maestria, tali da renderlo una piccola bibbia dei pover”, tanto numerosi sono i protagonisti che vengono dispiegati lungo la cupola, il tamburo, le quattro vele ellittiche, le quattro arcate e le lunette. Il ciclo non è mai stato completamente presentato nella sua iconografia e merita una seria presa in considerazione da parte degli studiosi dell’arte per la bellezza dei particolari e per l’importanza di alcune immagini. La cupola, che anticamente presentava le immagini a mosaico dei dodici Apostoli nei verdi prati del paradiso, ne mostra solo undici, oggi dipinti, testimoni del Cristo in ascensione, avvolto in tenui panneggi.
Le quattro vele, che contengono altrettanti simboli degli Evangelisti, ora li presentano anche completati nella loro immagine umana. Molto efficaci, anche se dal tono popolare, i numerosi tondi degli archi, contornati da didascalie in latino, che narrano episodi della vita della Madonna, di San Prosdocimo, di Santa Giustina, del Buon Pastore e della passione di Cristo. Interessante l’affresco della lunetta a ovest che parla dei Santi Prosdocimo e Giustina, che assicurano protezione alla città di Padova, dipinta in una iconografia fin’ora mai vista, con una veduta della città dell’epoca. Curiosa la presentazione della Basilica Giustiniana dotata d’un campanile d’altezza assai inferiore all’attuale (Alfredo Pescante).

In un clima di assorta preghiera e contemplazione, ormai da più di settant'anni, si rinnova nella Basilica di S. Giustina, nel giorno di Pentecoste alla Messa Solenne la pioggia di petali di rose che simboleggiano le lingue di fuoco scese dal cielo sulle teste degli apostoli riuniti con Maria SS.ma nel Cenacolo secondo il comando di Gesù. Probabilmente è una tradizione di cui si era persa la memoria a causa della lunga interruzione della presenza dei Monaci a S. Giustina a seguito delle varie soppressioni che avevano trasformato il Monastero in Caserma e la Basilica affidata al Clero diocesano. Negli anni ‘40 del secolo scorso con il ritorno dei Monaci un monaco di Parma p. don Cornelio Biondi, ammirando la stupenda architettura della Basilica e la configurazione delle cupole, aveva suggerito l'idea appunto di far piovere petali di rose dalla Cupola sul Presbiterio maggiore il giorno di Pentecoste al canto dell'Alleluia prima del Vangelo, abitudine già in uso nell'Abbazia di San Giovanni di Parma. Visto il primo risultato, il sacrestano di allora, oggi ancora vivente con la veneranda età di 90 anni, il nostro Don Pio Miotto, puntualmente ogni anno si è curato di non lasciar cadere questa tradizione che negli ultimi dieci anni ha riscosso un ulteriore interesse. E così ancora una volta nella nostra Basilica di S. Giustina, durante la Messa Solenne presieduta dal Rev.mo p. Abate Innocenzo Negrato, al suggestivo canto gregoriano dell'Alleluia prima del Vangelo, mani nascoste, dal ballatoio della Cupola centrale, lasceranno cadere sul Presbiterio petali variopinti di rose che per la gran quantità, danno l'idea di una pioggia di lingue di fuoco, che se per caso viene attraversata dai raggi del sole raggiunge il massimo di ciò che vuole fare memoria.
Un gesto semplice che però inserito nella solenne liturgia di Pentecoste crea uno straordinario suggestivo clima di preghiera e di contemplazione. Con l'auspicio che questo momento di altissima preghiera riesca a portare Dio nei nostri cuori e noi nella sfera di Dio.

Solennità di San Benedetto, Patrono dell'Europa

San Benedetto scrisse una Regola per i monaci, insigne per la sua discrezione e splendida per la sua forma.
( San Gregorio Magno , Dialoghi, II, 36 )
Per opera di quel suo piccolo, ma grandissimo libro, destinato a divenire fermentum divinae iustitiae per la lievitazione cristiana delle moltitudini, l'azione del suo messaggio vivificatore si estese a tutta l'Europa e a tutto il mondo, sino a raggiungere i nostri giorni.
( Giovanni Paolo II)
Non si tratta di un problema da nulla, ma dello stesso modo con cui dobbiamo regolar la nostra vita.
(cfr platone , De Republica, I, 352 )
La chiusura dell'Accademia platonica è il simbolo del declino di un mondo. Con esso un'intera cultura minaccia di affondare nell'oblio, ma Benedetto la custodisce gelosamente e insieme la fa rinascere, compiendo così un'opera che soddisfa in pieno il motto benedettino: succisa virescit – ciò che viene reciso germoglia di nuovo.
I Benedettini, nel solco della tradizione monastica, volevano creare uno spazio consacrato alla preghiera. Era importante, in questa prospettiva, che lavoro manuale, trasformazione della terra in un giardino, servizio a Dio si fondessero e diventassero un tutt'uno.
Il motto ora et labora, prega e lavora, esprime chiaramente la struttura della comunità benedettina. Il servizio religioso ha sempre la priorità. È di primaria importanza perché è Dio che più conta. Scandisce l'intera giornata e tutta la notte, impronta di sé e plasma il tempo e matura fino ad assumere una forma pura e culturalmente elevata. Contemporaneamente però dall'ethos del servizio religioso viene la spinta a coltivare e a rinnovare la terra. Il lavoro manuale assume tratti di nobiltà, il Vangelo di Giovanni lo considera un'imitazione del Creatore.
In monastero tutti sono liberi. E la libertà di Dio conferisce a tutti il medesimo compito, quello di portare Dio sulla terra e di ricondurre la terra a Dio.
Con tutto ciò il monachesimo ha preso il posto della cultura dell'antichità, ma l'ha anche messa in salvo, dimostrando che l'amore per la grammatica è indissolubilmente legato all'amore di Dio. Poiché era necessario comprendere le parole sacre, l'intero atto della lettura era diventato un servizio religioso. Questo ha determinato, per fare solo un esempio, la nascita delle scienze linguistiche e l'attenzione per la parola in tutte le sue forme. D'altro canto la pratica agricola ha incoraggiato lo studio dei risvolti scientifici dell'agricoltura. In complesso si può dire che da questa nuova etica “servizio religioso e lavoro”, ora et labora, è sorta davvero una nuova cultura, la cultura europea.
L'elemento caratterizzante della sua Regola è la misura. Benedetto è riuscito a contemperare il rispetto per la natura umana e la necessaria serietà e severità. Le sue prescrizioni contengono la flessibilità necessaria a consentire all'abate un'applicazione che tenga conto della varietà delle situazioni concrete.
Benedetto, da alcuni punti di vista, è stato anche visto come un Mosè, uno che detta le regole della vita. Benedetto le dà nel nome di Cristo, che ha portato la legge di Mosè al suo stadio più nuovo e definitivo così da diventare regola esistenziale concreta. Da questo punto di vista è diventato, nel senso più alto del termine, legislatore dell'Occidente, e da questa figura culturale composita è sorta davvero, infine, un nuovo continente, l'Europa, una cultura che ha plasmato la terra.
Se la nostra cultura rischia oggi, come vediamo, di perdere il suo equilibrio, questo avviene anche perché ci siamo nel frattempo allontanati dal modello benedettino. Il nostro mondo potrebbe facilmente trovare il suo correttivo in questa Regola benedettina perché indica gli atteggiamenti e le virtù umane fondamentali su cui improntare quell'equilibrio esistenziale interiore di cui ha bisogno per costruire una vita comunitaria per favorire la maturazione del singolo.
La Regola è un invito ad ascoltare, fondamentale per l'uomo. L'uomo non è autosufficiente, deve avere l'umiltà di imparare ad accogliere ciò che viene da Dio o da altri uomini – “China il tuo capo”.
La Regola benedettina è l'esempio lampante del fatto che ciò che davvero rispecchia la natura umana non invecchia. La si può commentare, si può tentare di individuare modalità applicative di volta in volta diverse, ma, in quanto regola, in quanto struttura fondamentale conserva la propria attualità. Oggi torniamo a renderci conto di quanto l'attenzione alla terra, il rispetto per le sue leggi, la tutela della creazione siano un servizio essenziale di cui abbiamo bisogno.
E forse iniziamo di nuovo a vedere che la libertà dal lavoro che ci dona il servizio religioso, il distacco momentaneo dalla logica dell'efficienza produttivistica sono indispensabili. Inminciamo a recuperare l'idea che l'ascolto faccia parte della vita – visto che il servizio divino è in gran parte permettere a Dio di entrare nella nostra vita e ascoltarlo. Come disciplina, misura e ordine, così anche ubbideinza e libertà sono inscindibili, e anche la capacità di sopportazione reciproca nel nome della fede non è solo una Regola fondamentale di una comunità monastica ma è anche ingrediente essenziale di qualsiasi forma di convivenza umana. È una regola radicata nella natura umana e capace di sintetizzare l'essenza umana perché ha guardato e ascoltato al di là dell'umano e ha percepito il divino. L'uomo si umanizza appunto laddove è toccato da Dio.
(Joseph Ratzinger , Dio e il mondo, 2001)
O beato padre Benedetto,
maestro, guida e norma di vita celeste,
ora esulti con Cristo nella gloria:
pastore santo, proteggi i tuoi figli,
rafforzali con la tua preghiera,
e dietro a te conducili al cielo
per una via luminosa.
